Chiude la Richard-Ginori: addio a un pezzo di storia di Firenze e a 337 posti di lavoro

scritto da Simone Borri - Pubblicato il
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La notizia è: il 31 luglio chiude la Richard-Ginori, di Sesto Fiorentino. È stata data pochi giorni fa dai commissari liquidatori nominati nello scorso maggio a fronte della grave crisi in cui versava l’azienda, per effetto di una situazione debitoria che ammonta ormai a circa 70 milioni di euro e di una assenza totale di liquidità, che hanno portato i commissari stessi a dichiarare “improcrastinabile” la chiusura della manifattura oltre la suddetta data. E questo nonostante la Richard-Ginori abbia un impianto produttivo efficiente e abbastanza moderno e potrebbe beneficiare di “commesse” un po’ in tutto il mondo.

 

La manifattura fondata nel 1735 dal Conte Carlo Ginori nella sua proprietà in località Colonnata, quando ancora sulla Toscana regnava ancora l’ultimo Granduca di Casa Medici, era diventata nell’arco di quasi tre secoli la fabbrica di porcellana forse più famosa del mondo, un pezzo importante della storia di Firenze e dintorni su cui adesso sta per essere scritta la parola fine.

 

Cala il sipario quindi sui servizi di piatti e sulle tazze firmate dalla prestigiosa manifattura fiorentina, dopo 277 anni di vita. E cala il sipario, soprattutto, sulle prospettive di lavoro di 337 lavoratori, 80 impiegati e 257 operai, che dal 1° agosto saranno ufficialmente in Cassa Integrazione.

 

Nella sua storia avventurosa, la Richard-Ginori era passata attraverso diversi cambi di proprietà. Dapprima quelli avvenuti alla fine del XIX secolo con l’acquisto da parte della milanese Società Ceramica Richard o negli anni 20 del secolo scorso, con l’acquisto da parte della Pozzi, che comunque pur essendo già proprietarie di varie manifatture in giro per l’Italia, non si erano sognate di dislocare via da Sesto la vecchia e già enormemente famosa Ginori, rafforzandone semmai il prestigio. Fino a quelli più discutibili (e discussi) che hanno visto alternarsi alla sua proprietà nel dopoguerra personaggi del calibro di Sindona e Ligresti. Fino alle recenti acquisizioni da parte di aziende di fama sicuramente meno chiacchierata, quali Pagnossin e Bormioli, che comunque con alcune iniziative avventuristiche e megalomani, tese alla trasformazione dell’azienda in funzione di una produzione di massa, hanno prodotto alla fine la situazione di crisi attuale.

 

Una crisi che l’ultima proprietà, la Starfin S.p.A. non è riuscita a risanare, nonostante la quotazione in borsa e il coinvolgimento in alcune iniziative legate a sviluppi immobiliari nell’area su cui insiste lo stabilimento. O forse, chissà, proprio per queste prospettive il destino della manifattura è risultato segnato.

 

A settembre il Tribunale dovrà pronunciarsi su alcune istanze di fallimento a carico della società. Questo è il tempo che hanno a disposizione i commissari liquidatori per salvare l’azienda e i posti di lavoro dei suoi dipendenti.

 

I forni aziendali resteranno accesi alla minima temperatura, per non compromettere il probabile riavvio dopo la pausa estiva. E’ infatti attualmente in piedi, e pare in fase avanzata, una trattativa per l’acquisizione della fabbrica da parte della Sambonet di Orfengo (NO), azienda leader nel settore della produzione di articoli di qualità per la tavola e la cucina. La Sambonet ha già rilevato e risanato la tedesca Rosenthal, in soli tre anni, ed è emersa quale interlocutore privilegiato per i liquidatori della Ginori tra altre concorrenti, tra cui l’americana Lenox.

 

In questa vicenda, la Regione Toscana si è fatta parte diligente nella trattativa assieme agli Enti Locali interessati, convocando un tavolo istituzionale in cui ha preso atto, per bocca dell’Assessore al Lavoro Gianfranco Simoncini, della decisione dell’azienda relativamente alla chiusura degli impianti, della cassa integrazione per i lavoratori, e della trattativa con la sopra citata Sambonet. Alla quale sono state chieste, come di prassi, delle garanzie: inamovibilità degli impianti dall’attuale location a Sesto Fiorentino, e massimo reimpiego possibile della forza lavoro attualmente impiegata.

 

Se sul primo punto sembra esserci la piena disponibilità dell’azienda acquirente a dare le garanzie richieste, sul secondo punto, che riguarda il futuro dei lavoratori della Ginori, non pare ci siano prospettive altrettanto rosee. La Sambonet ha fatto sapere infatti di essere disposta a reimpiegare non più di un terzo dell’attuale manodopera impiegata a Sesto.

 

Per gli altri, si apre la prospettiva nebbiosa e impervia degli incentivi all’occupazione (o ri-occupazione) e delle “misure di accompagnamento per il sostegno al reddito dei lavoratori che usufruiscono degli ammortizzatori sociali”, in attesa di definire “modalità di riqualificazione del sito produttivo per favorire nuovi investimenti”.

 

In altre parole, che dio aiuti i lavoratori in esubero della Richard-Ginori. Già prima dell’avvento della spending review, gli Enti Pubblici, e la Regione Toscana non fa eccezione, hanno progressivamente ridotto le risorse destinate ad essere strumento efficace di sostegno e/o incentivo all’occupazione. E assai scarso si è di fatto rivelato il loro potere di influire sui processi decisionali che hanno portato nel tempo alla crisi e alla liquidazione di molte imprese produttive. Mentre le banche, sotto l’intensificarsi della pioggia, cessano di prestare i proverbiali ombrelli a chi non ha riparo, agli Enti Pubblici non rimane che restare a guardare. O poco più.

 

  • silvia

    Sarebbe carino capire meglio il ruolo di Ligresti & C. anche in relazione agli sviluppi negli anni 2008-10 delle indagini sulla speculazione edilizia nell'area Fondiaria di Castello, dove è da chiarire il ruolo della Richard-Ginori , considerato che proprietaria della Pagnossin era anche una società immobiliare.

  • marco.gregoretti@fastwebnet.it

    Corrado Passera ha avuto la possibilità di salvarla, ma non ha voluto farlo. Una storia incredibile…

  • simoneborri@fastmail.fm

    su eventuali speculazioni edilizie bisognerà aspettare la magistratura, se arriverà a chiarire cosa è successo, magari in tempi non storici……
    sul salvataggio mancato, salta agli occhi che non c'é stato un solo Istituto di Credito che si sia fatto avanti per salvare una impresa importante come la Richard-Ginori….mentre le Istituzioni hanno preferito andare al salvataggio (fosse necessario o meno) degli istituti di credito stessi, che poi non hanno riversato e non stanno riversando altrettanta magnanimità sulle imprese in crisi

  • marco.gregoretti@fastwebnet.it

    Silvia, trovi due miei articoli su Milano Finanza. Uno del 14 aprile e uno del nove maggio. Lì c'è già qualche cose. Puoi linkarli se vuoi

  • vitto80@mail.com

    Incredibile, assolutamente incredibile come tutte, e dico veramente tutte le aziende storiche italiane siano state e tuttora siano oggetto di speculazione anzichè di programmazione ed industrializzazione.
    Dall'articolo di Simone Borri si evince sopratutto questo (i nomi Sindona e Ligresti sono una granzia in tal senso…se non peggio…).
    Ed io mi chiedo: Vale ancora il messaggio che negli ultimi anni i media hanno fatto passare, cioè che piccolo non è più bello?
    Io vedo che le piccole e medie aziende, se non reggono, chiudono, mentre queste grandi aziende (Fiat in testa) sono come mucche denutrite, gonfiate a forza di steroidi, cui le banche mungono il latte dalle loro poppe, fino all'ultima goccia…ragazzi questa è l'Italia, se le colpe sono soprattutto dei politici, non da meno sono stati i grandi (???) imprenditori e i banchieri…dico, 300 anni di storia, spazzati via da un manipolo di incompetenti…che tristezza…

Uno squer

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