I fatti della Scuola Diaz raccontati da chi c’era. Ecco le incongruenze

scritto da marco gregoretti - Pubblicato il
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I computer della scuola strappati dalle scrivanie della segreteria, buttati per terra e fracassati, i banchi delle aule sottosopra, le sedie rotte, sacchi a pelo sporchi di sangue, zainetti svuotati, telefonini calpestati, vestititi e biancheria intima sparsi nel corridoio.

 

E sangue, sangue dappertutto: sulle pareti, nei pezzi di vetro, su pezzi di legno. Ma l’immagine che più mi colpì fu  quella di un bastone chiaro e squadrato con in cima un lungo chiodo insanguinato, come se colpendo qualcuno fosse finito nella carne.

 

Quando sono entrato nella scuola Diaz, Albaro, Genova, verso le 23 della sera del 21 luglio 2001, lo spettacolo era più o meno questo. Ma era da un bel po’ che da fuori, insieme ad altre persone, colleghi, fotografi, abitanti del quartiere, sentivo arrivare urla, lamenti. Il portone della scuola era chiuso e non si poteva entrare. Rimasi, tuttavia, sorpreso da alcuni fatti, secondo me incongruenti.

 

Il primo: lungo la strada, sul marciapiede di fronte, stazionavano allineate, con le luci blue che illuminavano la notte a intermittenza,  molte ambulanze, come se  si sapesse  già da qualche ora che lì sarebbe successo qualche cosa di terribile.

 

Il secondo: Luigi Agnoletto, davanti alla Diaz, con il portone ancora chiuso, tra due ali di folla, imprecava anche lui a mio avviso con anticipo rispetto a quanto ancora noi giornalisti sapessimo.

 

La terza incongruenza la compresi il giorno dopo, quando vidi la registrazione di una trasmissione di Rai 3 durante la quale Luca Casarini, uno dei leader delle tute bianche, accusava le istituzioni di quanto stava accadendo, ben prima che si sapesse. Fate vobis.

 

Per il resto mi rimane un senso di dolore e di impotenza indelebile da quando si aprì quel maledetto portone e comparvero i primi poliziotti che tenevano ai due capi un grande sacco nero con qualche cosa che dentro si muoveva. Ne uscirono tanti così. E almeno due, ricordo, portavano sacchi neri pieni di qualche cosa che non si muoveva…

 

Qualche giorno dopo mi dissero che Vincenzo Canterini, il capo del  settimo reparto mobile condannato venerdì sei luglio, aveva selezionato per quella assurda e incomprensibile azione, alcuni agenti particolarmente violenti e con procedimenti  disciplinari interni per abusi, pestaggi e utilizzo improprio della divisa.

 

  • silvia

    Dateci le vostre opinioni.

  • luca

    Tenevano ai due capi un grande sacco nero che si muoveva. Mancano ancora i nomi di quei poliziotti

  • Simona

    Fa male leggerlo, ma sono cose che non non si possono non sapere.

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