La Nestlé propone un accordo ai dipendenti Perugina, un “patto generazionale” da valutare in famiglia

scritto da Rosanna Grano - Pubblicato il | Aggiornato il 25 lug 2012 14:29
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Riduciamo le ore di lavoro (e lo stipendio) del padre per dare lavoro (part-time) al figlio. Così, in famiglia lavorano in due invece che uno solo.

Sembra uno slogan, a prima vista. Anche alla seconda. Alla terza cerco il testo della proposta che il Gruppo Nestlé , proprietario della Perugina, ha fatto a dipendenti dello stabilimento di San Sisto.

Non la trovo. Trovo, però,  una serie di articoli che provano a raccontarmi cosa sta succedendo.

 

 

La Nestlé, vista la crisi, viste le leggi italiane che allungano la vita lavorativa e allontanano sempre di più l’età pensionabile, visti i ritmi di lavoro che dentro la fabbrica si devono mantenere, propone un accordo ai suoi dipendenti.

Chi vuole può ridurre da 40 a 30 le proprie ore lavorative settimanali in cambio dell’assunzione (chi dice per pochi mesi, chi a tempo indeterminato) di uno dei suoi figli.

Si tratterebbe, pare, di un taglio del 20% allo stipendio netto.

 

 

 

Un “patto generazionale” è stato definito. “Ma quale patto generazionale? – risponde Mauro Macchiesi, Segretario Nazionale Flai Cgil - Il gruppo Nestlé con la proposta di trasformare rapporti di lavoro full-time in part-time dando in cambio l’assunzione dei figli vuole semplicemente nascondere l’assenza negli ultimi anni di investimenti sui siti produttivi del nostro Paese, l’abbandono di strategie commerciali e l’innovazione di prodotto”.

E la Cgil indice uno sciopero di due ore per giovedì 26 luglio, accompagnato da presidi sotto allo stabilimento di San Sisto.

 

 

 

Leggo tutte queste informazioni e la mente torna alle manifestazioni di piazza degli ultimi anni, popolate da pensionati e da giovani alternativamente. Gli uni che chiedevano pensioni dignitose e un’attenzione maggiore alle famiglie e ai problemi economici che stanno affrontando, gli altri che urlavano l’intenzione di non pagare il debito prodotto da altri e rivendicavano il diritto ad avere un lavoro non precario. Flessibile, tutt’al più, ma precario no.

 

 

 

Ho frequentato e continuo a frequentare quelle piazze, che in genere dicono la verità su quanto accade nel Paese reale. E anche se sono di questa o quella parte politica, di questo o quel sindacato, le piazze sono riempite  da persone che si portano dietro i problemi di tutti i giorni, le difficoltà ad arrivare alla fine del mese, gli scontri generazionali.

 

 

 

Ma proprio gli scontri/confronti generazionali mi affascinano. Da sempre i padri hanno quasi il ruolo di non capire i figli e le nuove generazione, mentre i figli hanno in qualche modo il diritto di ribellarsi a quello che c’era per pensare a quello che ci sarà.

Un processo che trovo sano, fisiologico, necessario per l’evoluzione dell’uomo. Che, però, diventa meno sano quando le generazioni iniziano a non incontrarsi più, a non dialogare tra loro, a scendere in piazza separatamente per problemi che condividono.

 

 

 

È quello che è successo negli ultimi anni in Italia, quando è passato il messaggio che “se lavorano i padri per forza che i figli non trovano lavoro”. Ma anche, “viviamo in una società vecchia, ci sono i vecchi ai posti di potere, sono loro che comandano e che sfruttano noi giovani”.

Dall’altra parte si sentiva che “i giovani non si rendono conto di quello che sta succedendo, non si preoccupano”. “Sono bamboccioni”, qualcuno ha dichiarato. “Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”, abbiamo anche letto.

 

 

 

Una solidarietà intergenerazionale che pare, e ribadisco pare, non esserci. Eppure c’è.

Negli ultimi mesi qualche ragazzetto in più nelle piazze dei pensionati e degli esodati c’è stato. Si è iniziato a dire insieme che i problemi riguardano la società e non parti di essa separate e in conflitto. “Una soluzione perché tutti possano vivere dignitosamente si deve trovare”, ho sentito.

 

 

 

E in questo clima un accordo come quello proposto dalla Nestlé può essere una soluzione?

Si tratterebbe di avere uno stipendio e mezzo al posto di uno solo, pare, e due persone impiegate in famiglia al posto di una. Qualcosa nei calcoli non torna.

Ma meglio un figlio mezzo impegnato che un figlio totalmente disimpegnato.

 

 

 

Non so se questa può essere la via. So che una solidarietà tra le diverse generazioni è necessaria. Solo da questa possono nascere realmente patti generazionali.

Per poter dire se l’accordo è più o meno condivisibile bisognerebbe avere sotto mano il testo e poter valutare quante ore effettivamente lavorerebbero i nuovi assunti, con quale tipologia di contratto, cosa succederebbe ai contratti dei padri se i figli successivamente si volessero licenziarsi per un lavoro migliore, ad esempio.

Credo, però, che anche solo il fatto che la proposta sia arrivata e che qualcuno possa dirsi persuaso dall’accettarla indica che una difficoltà forte la stiamo vivendo. E che il dialogo tra le generazioni ha resistito agli attacchi degli slogan che hanno provato a interromperlo.

 

 

 

Ma resta la questione, chi accetterebbe l’accordo?

 

 

 

 

 

 

 

 

  • adrianomos@libero.it

    non si risolvono così i problemi…

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